Ritratti di Fisici: Paolo Magrassi, ovvero come vivere da fisico in un mondo “good-enough”

L’AUTORE DEL LIBRO “LA GOOD-ENOUGH SOCIETY: SOPRAVVIVVERE IN UN MONDO QUASI OTTIMO” SI RACCONTA ALLA COMMUNITY DI FISICA E PROFESSIONE

Paolo Magrassi è un fisico prestato con successo all’innovazione tecnologica. Il suo percorso professionale è eclettico e internazionale ai massimi livelli. Per anni Vice President e Director in Gartner Group, ha ispirato numerosi programmi innovativi nelle istituzioni e nell’industria privata negli USA, in Europa e in Australia. Ha avuto un importante ruolo nella concettualizzazione dell’internet delle cose e nell’introduzione delle applicazioni commerciali dell’RFID. Oggi continua ad occuparsi di consulenza direzionale per grandi aziende multinazionali. È inoltre autore di libri che hanno la comune caratteristica di proporsi come strumento di orientamento per chi ha deve prendere decisioni in un mondo sempre più complesso e interconnesso. Tra i titoli ricordiamo “2015 weekend Nel futuro”, pubblicato nel 2004 per i tipi del Sole24Ore, “Difendersi dalla complessità. Un kit di sopravvivenza per manager, studenti e perplessi (2009).”, pubblicato nel 2009 da Franco Angeli e il recentissimo “La good-enough society. Sopravvivere in un mondo quasi ottimo”, appena dato alle stampe sempre da Franco Angeli.

Paolo ci ha dedicato un po’ di tempo per  raccontarsi in una chiacchierata “elettronica” con noi di Fisica e Professione.

 <f|p> Paolo, circa trent’anni fa, dopo la laurea in Fisica, hai orientato con decisione la tua carriera verso l’innovazione tecnologica. Come è nata la svolta?
 
Dalla mia consapevolezza di essere un fisico mediocre. (Col che non intendo affatto escludere che ci siano fisici di qualità che si occupano di innovazione tecnologica. Anzi, ne conosco parecchi.)
 
<f|p> Come ben sanno tutti i laureati in Fisica, essere fisico è prima una vocazione e poi una professione. Quali sono le caratteristiche principali del tuo “essere fisico” che ti hanno aiutato nella carriera, e quali quelle che invece hai dovuto modificare nel confronto con la realtà professionale?
 
Il mondo produttivo non è molto razionale; anzi, lo è pochissimo, al punto da non saper apprezzare sempre razionalità e rigore. Un atteggiamento mentale scientifico, dunque, può diventare un handicap, a meno che non lo si complementi con larghe dosi di creatività e flessibilità. Direi che in questo io non sono stato abilissimo. L’altro lato della mentalità del fisico, quello del pensiero inusitato, ellittico, out of the box, mi ha invece aiutato: la maggior parte delle persone vivono dentro schemi mentali, che mi diverto a divellere, sorprendendole. (Al costo di profferire di tanto in tanto qualche fesseria: ma noi fisici, quando siamo derisi, possiamo sempre rifugiarci nei “templa serena” dei Lari e dei Penati della storia della fisica!)

Un’altra capacità tipica da fisici è quella del saper navigare dentro lo scibile, benché lontano dai propri studi originari, in modo relativamente agevole: anche di questo mi servo spesso, imparando prima di molti altri. Poi c’è la curiosità, pure questa un tratto del fisico: forse lo strascico più piacevole che gli studi mi hanno lasciato.

Nel complesso, direi che le competenze acquisite con la laurea in fisica mi sono state utili ad affrontare le sfide del lavoro.
 
<f|p> Uno dei dubbi che spesso hanno i giovani fisici è la possibilità di fare valere la propria formazione al di là del tradizionale mondo della ricerca e dell’insegnamento. Oggi, secondo te, come è valutata la formazione di fisico dalle aziende?  Consiglieresti la laurea in Fisica anche a chi non intende lavorare nella ricerca?
 
Sì, la consiglierei. La considero uno dei migliori curriculum formativi possibili, specie (ma non solo) se preceduta da una formazione classica, come ho avuto la fortuna di avere io. Bisogna considerare che non contano solo le implicazioni utilitaristiche, lavorative: contano anche la nostra salute mentale, il nostro spasso, il nostro occhio sul mondo. E in ogni caso anche le aziende valutano molto bene la laurea in fisica. Non hanno idea di cosa sia la fisica, ma pensano che se un ragazzo si è prima iscritto e poi laureato in una cosa così difficile e astrusa non può essere un mediocre. Credo non sbaglino. Sanno inoltre che non è una di quelle facoltà dove si va per far passare il tempo.
 
<f|p> Parliamo ora della “good-enough society”, tema del tuo ultimo libro. Che cos’è, esattamente? 
 
La società del buono-quanto-basta sarebbe l’esito felice della biforcazione dinanzi alla quale ci troviamo. Ma non è detto che si verifichi. Mi spiego. La complessità del mondo contemporaneo, a spinta tecnologica, è tale da risultare ingestibile per i grandi leader mondiali (politici, banchieri, tecnocrati): figuriamoci per i comuni mortali! Ecco che allora noi erigiamo delle barriere difensive, anelando alla semplificazione così come uno che sta affogando aspira a metter fuori la bocca.

A forza di semplificare, però, non si diventa necessariamente semplici (che è una virtù): si può diventare banalmente mediocri. Se è la semplicità che vogliamo, io dico che dobbiamo imparare a subottimizzare. Cioè: so che esiste da qualche parte una soluzione migliore di questa, e magari più d’una; ma intanto prendo questa qui, che è comunque superiore all’obiettivo che mi ero prefissato.  Certo, occorre innanzitutto porsi dei traguardi. E poi disporre di strumenti ad hoc. Il libro contiene esempi utili per il mondo delle aziende e degli enti pubblici.

Purtroppo però non è detto che l’esito della nostra lotta con la complessità sia quello. L’esito potrebbe essere una imperante mediocrità, della quale nelle società consumistiche si ravvisano i segni da decenni: percentuale crescente di prodotti e servizi mediocri, consumatori sempre più semplificati, cittadini sempre più sprovveduti, crescente divaricazione tra due caste molto separate.

Facciamo un esempio: Wikipedia. Si tratta di uno strumento formidabile nelle mani di chi lo sappia utilizzare, ma al tempo stesso di una fonte di banale semplificazione, e di autodistruzione intellettuale, per chi invece non lo sa usare. Diventeremo good-enough o mediocri? Semplici o superficiali? Io credevo di aver scritto un libro pessimista. Ma la maggioranza dei lettori mi stanno dicendo che è ottimista.
 
<f|p> Di cosa ti stai occupando in questo momento?
 
Studio da scrittore. Di fiction, voglio dire. Staremo a vedere… Per ora, il mio unico libro di argomento non economico è passato del tutto inosservato (“Il filo conduttore. Antologia con enigma”, 2006). Ma mi faccio forza col motto di G.B. Shaw: «Le persone ragionevoli si adattano al mondo. Quelle irragionevoli tentano di adattare il mondo a sé stesse. Ogni progresso, dunque, dipende dalle persone irragionevoli». Sognare non costa nulla.

Per approfondire:

Bibliografia:

<f|p>

Share on Twitter

Devi essere logged a per inviare un commento